L’opera affronta l’ancestrale desiderio dell’essere umano di poter volare, e lo fa con un unico tratto continuo che intreccia pieni e vuoti cromatici e ingloba il manto stradale su cui è dipinta. Due frecce della segnaletica entrano nella composizione, e la retta che le congiunge è l’asse attorno al quale l’opera intera si sviluppa: prima di cominciare, l’artista ha teso un cavo lungo quell’asse sull’asfalto, e da quell’unica guida ha poi tracciato tutto il resto a mano libera. Su quello stesso asse una figura femminile con ali d’angelo scocca una freccia.
All’origine del racconto c’è un vaso in stile greco-etrusco dalla sagoma di razzo, il cui propulsore è il segno libero del disegno: è il tratto stesso a spingere la macchina. Il vaso non trasporta la macchina volante: è la macchina volante — un contenitore che lascia il pensiero libero di immaginare che cosa mai possa contenere, cioè la libertà totale di esprimersi e determinarsi in una metamorfosi di segni. Dalla sua bocca esce un flusso che prende forma in due rondini, si assottiglia in una figura ibrida fra uomo, natura, rondine e angelo — dove il braccio diventa ala e viceversa — e termina infine nella punta di un connettore jack, in cerca di una cassa, di musica, di risonanza. Attorno galleggiano una vite, un bullone, un ingranaggio e cavi che si diramano come vasi sanguigni: un richiamo evocativo alla tecnica moderna. Il colore accompagna la metamorfosi, dai toni caldi e ossidati di ispirazione classica agli azzurri, ai violetti e ai verdi freddi in cui la figura si scioglie. La punta del jack è rivolta al punto in cui, sullo stesso asfalto e senza soglia, comincia l’opera di Awer: la chiusa è voluta.