Refreshink non ha costruito un’immagine ma un ritrovamento. L’ipotesi che mette in scena è archeologica e controfattuale: che cosa avremmo trovato sotto questo asfalto, se l’antica Roma avesse già immaginato le macchine volanti e ne avesse lasciato memoria in un pavimento musivo. Il falso non è un espediente: è il soggetto.
Sul nero dell’asfalto affiorano lacerti isolati dai bordi frastagliati, eseguiti con la tecnica che l’artista chiama la propria finta imitazione del mosaico. Una tavola porta un’iscrizione a tessere scure — un pensiero del Duecento europeo sulla possibilità di costruire macchine capaci di muoversi da sole — un’altra un’automobile tondeggiante a cui qualcuno ha aggiunto un impennaggio da aeroplano, il cui modello viene dall’archivio della fabbrica che qui sorgeva. Le lacune sono la parte più estesa dell’opera e sono il suo argomento: l’immagine non è incompleta, è ritrovata.