Mr. Thoms ha interpretato il tema in chiave metafisica: non un velivolo, ma un essere gigante composto di parti, costruito con un lessico che mescola le strutture leonardesche e lo steampunk. Prese singolarmente le parti sembrano astronavi; nell’insieme restituiscono la visione di un gigante che abita il cielo. Le parti, però, sono organi di senso.
Sull’asfalto sfilano quattro macchine — un occhio in un oblò cerchiato d’ottone, un naso con la narice aperta come la bocca di un motore, un secondo occhio, un orecchio dal padiglione modellato anatomicamente — sospese fra nuvole doppie e sorrette da ali a membrana tese su stecche d’ottone. Il pensiero che le sostiene è dichiarato senza ammorbidimenti: siamo schiavi dei nostri sensi e viviamo dentro un’illusione che ci consegna una visione scomposta del mondo. Ognuno vede la realtà attraverso i propri sensi, dice l’artista, e poi ce la raccontiamo. L’ironia, qui, non è tono: è il modo in cui il messaggio passa più morbido.