Alessandra Carloni viene dall'accademia e dalla pittura, e continua a essere una pittrice: uscita dall'accademia ha avviato in parallelo un secondo percorso nel linguaggio del muralismo, e a distanza di anni li porta avanti entrambi senza che l'uno abbia assorbito l'altro. Sulla testata del recinto quello che ha dipinto non è una scena continua, e l'insieme suggerisce piuttosto una parete di quadri.
Ci sono riquadri veri e propri, campiti di verde scuro o di blu notturno, appoggiati sull'intonaco chiaro come tele appese. C'è, al centro, una scena grande che non ha cornice. E c'è, ai margini, il muro lasciato nudo, dove affiorano una scacchiera che sfuma fino a sparire, una griglia sottile che corre sotto la scena centrale, e una manciata di frammenti sospesi — piccole zolle sfaccettate con l'erba sopra e la roccia sotto, staccate da terra e ferme a mezz'aria.
La sospensione è di casa nel suo lavoro. L'artista racconta di una realtà staccata da terra, di un protagonista ricorrente che è una figura simbolica del viaggio e che di volta in volta si muove in scenari diversi; e osserva che il tema del progetto apparteneva già in parte al suo linguaggio. Quello che ha aggiunto qui è la contaminazione fra uomo, natura e macchina della natura — quest'ultima intesa non come congegno ma come una forma di energia che si propaga nell'immagine.
Al centro, dunque, la figura. Una persona dai capelli blu raccolti, maglietta bianca, pantaloni rossi, piedi nudi, seduta su una massa vegetale che galleggia su un basamento di roccia bruna. Ha gli occhi chiusi, e i piedi, verso le caviglie, virano al verde e al giallo come se stessero diventando pianta. Attorno a lei la vegetazione è dipinta a colpi larghi, verde, magenta, blu, con un grande fiore sferico che si apre a sinistra; dietro, sul riquadro verde scuro, emerge una rozza elica di legno, unico elemento meccanico della parete.
Le gru attraversano tutto. Entrano nei riquadri e ne escono, con le ali che sconfinano sul muro bianco e il collo teso in avanti, e in un pannello violetto si riducono a ombra fra ombre di foglie. Non abitano la scena: la percorrono.
Alla domanda su che cosa sia, per lei, una macchina volante, Alessandra Carloni risponde che è l'uomo. L'uomo che sogna e che fa viaggiare le proprie cose, le proprie memorie, i propri frammenti, che qui — sono parole sue — sono una contaminazione fra uomo, natura e animale. E l'uomo con le sue due connessioni: l'elemento naturale che vuole tenersi vicino, e su cui è appoggiato in una fase meditativa, e le proprie origini nel mondo animale, che il volatile richiama insieme al volo.
Resta da capire perché, in un'opera sul volo, il protagonista sia fermo e abbia gli occhi chiusi. La risposta è nelle sue parole, ed è la cosa che dà all'opera il suo tono: nonostante questo viaggiare, c'è un desiderio forte di fermarsi e di viversi questo viaggio in solitudine. Non è una sosta subita. È il momento scelto in cui si smette di attraversare, mentre tutto intorno continua a volare.