C'è un serbatoio antincendio, alle porte di Roma, che racconta storie. Undici, per la precisione: vengono da tutti i continenti e da migliaia di anni di voce umana. Tangaroa che apre la sua conchiglia e crea il mondo. La ragazza che si fa albero per dare ombra. I due lupi che si contendono ogni cuore. Il vaso crepato che, senza saperlo, annaffia i fiori lungo il sentiero. E poi, a chiudere il cerchio, una voce di casa nostra: il pollo di Trilussa, perché la saggezza popolare non ha mai smesso di parlare.
Girando attorno al cilindro si incontra una ferita: una crepa dipinta che sale per dieci metri e spezza il fregio che teneva tutto insieme. Non è un inganno dell'occhio — è il punto in cui l'opera dice la verità. L'unità umana che le storie celebrano non è compiuta: è incrinata, come lo sono gli equilibri tra popoli e culture, che si reggono su poco. Eppure proprio a pochi metri dalla crepa crescono fiori bianchi, dai toni del ghiaccio. Fragili. Vivi.
Accanto al serbatoio, un edificio tecnico è diventato l'Ara degli antenati: una moltitudine di figure — venute dai graffiti della Valcamonica, dal Messico di Remojadas, dalla Polinesia dei Tiki — danza attorno alle quattro facciate. La danza si chiude in un cerchio che è una finestra su un universo. Da lì nascono le piante che avvolgono l'edificio e viaggiano lungo le tubazioni fino al serbatoio: sono i cammini che hanno portato l'umanità fuori dall'Africa fino agli angoli più remoti del pianeta, e sono le reti che oggi ci tengono connessi.
Il titolo di tutto questo è Antropìa: una parola che non esisteva, per dire la qualità di ciò che siamo — capaci di creare bellezza immensa e, con le stesse mani, distruzione. L'opera vive tra le ex cave di tufo di Castelnuovo di Porto, e dal tufo prende i suoi colori.