Antropìa

Antropìa

Antropìa

C'è un serbatoio antincendio, alle porte di Roma, che racconta storie. Undici, per la precisione: vengono da tutti i continenti e da migliaia di anni di voce umana. Tangaroa che apre la sua conchiglia e crea il mondo. La ragazza che si fa albero per dare ombra. I due lupi che si contendono ogni cuore. Il vaso crepato che, senza saperlo, annaffia i fiori lungo il sentiero. E poi, a chiudere il cerchio, una voce di casa nostra: il pollo di Trilussa, perché la saggezza popolare non ha mai smesso di parlare.

Girando attorno al cilindro si incontra una ferita: una crepa dipinta che sale per dieci metri e spezza il fregio che teneva tutto insieme. Non è un inganno dell'occhio — è il punto in cui l'opera dice la verità. L'unità umana che le storie celebrano non è compiuta: è incrinata, come lo sono gli equilibri tra popoli e culture, che si reggono su poco. Eppure proprio a pochi metri dalla crepa crescono fiori bianchi, dai toni del ghiaccio. Fragili. Vivi.

Accanto al serbatoio, un edificio tecnico è diventato l'Ara degli antenati: una moltitudine di figure — venute dai graffiti della Valcamonica, dal Messico di Remojadas, dalla Polinesia dei Tiki — danza attorno alle quattro facciate. La danza si chiude in un cerchio che è una finestra su un universo. Da lì nascono le piante che avvolgono l'edificio e viaggiano lungo le tubazioni fino al serbatoio: sono i cammini che hanno portato l'umanità fuori dall'Africa fino agli angoli più remoti del pianeta, e sono le reti che oggi ci tengono connessi.

Il titolo di tutto questo è Antropìa: una parola che non esisteva, per dire la qualità di ciò che siamo — capaci di creare bellezza immensa e, con le stesse mani, distruzione. L'opera vive tra le ex cave di tufo di Castelnuovo di Porto, e dal tufo prende i suoi colori.

Scheda tecnica dell'opera
Anno 2026
Tecnica Serbatoio: smalti a base acquosa su lamiera zincata. Edificio tecnologico: smalti a base acquosa su lamiera preverniciata. Basamento: Resine bicomponente e resina epossidica in dispersione acquosa su cemento
Luogo Castelnuovo di Porto (RM), Italia

Genesi

Di un'opera monumentale si vede il risultato: seicentotrenta metri quadrati di pittura. Non si vedono i due mesi passati prima, quando Antropìa non era ancora un'immagine ma una domanda: quali storie scegliere, per raccontare l'umanità intera su un cilindro d'acciaio?

L'idea era arrivata sul finire di un altro cantiere — le ultime settimane della Meta-Anfora, il serbatoio dipinto per Prologis nel 2024 — come un pensiero che non se ne vuole andare. Ma tra l'intuizione e il primo bozzetto c'è stata una lunga stagione di ricerca. Le storie andavano raccolte da ogni continente e poi selezionate una a una: ciascuna doveva portare un insegnamento suo, e insieme dovevano comporre qualcosa di più della somma. E ogni storia scelta apriva una seconda ricerca: trovare lo stile figurativo giusto per raccontarla — il segno di una cultura, non un segno qualunque. Sono stati mesi di musei etnografici, di riviste di archeologia sfogliate a caccia di un dettaglio, di notti negli archivi digitali di mezzo mondo.

Il progetto che ne è uscito era solido. Ma le opere vere non finiscono sulla carta: in cantiere Antropìa ha continuato a decidere di sé. Il sistema di rampicanti si è fatto ramo unico; i fiori sono diventati di ghiaccio; è entrata, ultima e non prevista, la voce romanesca di Trilussa. E soprattutto è arrivata la crepa: non era in nessun disegno preparatorio. Un giorno, davanti al fregio compiuto, l'artista ha sentito che l'opera chiedeva la propria ferita — e l'ha dipinta lì, seguendo l'ispirazione del momento. Due mesi di studio per costruire l'unità; un istante per capire che andava incrinata.

Il momento più critico non è stato dipingere: è stato scegliere. Sul serbatoio c'era posto per dieci storie, e dalle ricerche ne erano emerse centinaia. Davanti a quei numeri capisci che nessuna storia, da sola, può giustificare il proprio posto: così ho smesso di chiedermi quale fosse la più bella e ho stabilito un criterio che guardava all'insieme. Tutte insieme, le dieci scelte dovevano raccontare le luci e le ombre dell'essere umano — la nostra capacità di creare bellezza e distruzione, quella che chiamo antropìa. E dovevano venire da tutto il mondo, perché nessuna voce parlasse per le altre. Non c'è un principio di precedenza nella selezione: lo scopo è sempre stato rappresentare una parte per raccontare il tutto. Per questo non dico mai che le altre storie sono state escluse — sono storie non selezionate, e ognuna di loro è stata un piccolo sacrificio.

Ale Senso

Rassegna stampa